Le immagini concepite sia come frammenti singoli ma unici, sia come piccole serie con una propria evoluzione narrativa riflettono criticamente il tempo proprio alla fotografia e il paradosso della sua discontinuità. Attingendo all’idea, che la fotografia sia un “ready made”, banali oggetti di uso comune sono composti in piccole scene teatrali, cambiando con il punto di vista l’uso e il significato di quanto rappresentato. Da semplici cose essi, si intendono trasformati in metafore, quadretti allegorici di vizi, follie, ansie, paure e speranze della vita umana. Questo gioco scherzoso sul linguaggio fotografico, rivela, ciò che forse dovrebbe essere un fatto acquisito ovvero, che il senso di un’immagine, nasce nel limbo dell’interpretazione, come per tutte le forme di espressione, a maggior ragione se artistiche. Ironizzando sulla certezza del fatto accaduto, il virtuale palcoscenico trasformato in microcosmo della vita, invita il fotografo e l’osservatore a vivere il paradosso e l’incertezza come valore aggiunto della creatività.
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